È difficile, per ragazzi degli anni Novanta, parlare di Mario Monicelli, arrivato a noi tramite il filtro di due, tre, quattro generazioni di spettatori che hanno avuto la fortuna di assistere in tempo reale alle proiezioni della sua sconfinata quanto immensa filmografia. E sarebbe inappropriato quanto scontato se io stessi qui a ricordare uno per uno tutti i suoi capolavori, elencandone pregi e difetti: non ne ho l'autorità nè la pretesa. Tuttavia mi è sembrato più che doveroso un tributo dopo la scomparsa di uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi. Anzi, diciamolo senza mezzi termini, il migliore di sempre. Uno che è riuscito a farsi interprete dell'Italietta più povera e guascona dalla guerra alla ricostruzione e ben oltre, educandoci alla vita attraverso il cinema, mostrandoci attraverso il cinema come va presa la vita: sempre col sorriso, che spesso può essere amaro. Per dirla con le parole di Woody Allen, "il bicchiere è mezzo pieno, sì, ma di veleno". Eppure alla fine anche lui è venuto meno, ed io che da baldo giovane pieno di energia dovrei raccogliere, insieme con i miei coetanei, il testimone di chi c'era prima, mi ritrovo un po' senza la forza di ridere. Perchè in questo paese la macchina del fango vince su tutto e tutti, e chi la manovra spadroneggia ininterrottamente da vent'anni. Ed ecco che le proteste, i discorsi sul cambiamento ci appaiono quasi come pronunciati invano. Si continua fare umorismo su Berlusconi e il berlusconismo, ma come si fa a continuare a riderci sopra, dopo tutto quello che c'è passato sopra? Il dialogo sembra non funzionare. Non si può dialogare con chi si tappa le orecchie, e invece di rispondere in maniera ragionevole alle critiche getta discredito su tutti gli oppositori. E allora Monicelli forse c'aveva visto più lungo degli altri, ancora una volta: forse l'unica via è la rivoluzione.
Che non deve essere per forza la grande rivouzione, la rivoluzione militare, ma una rivoluzione che parta dall'interno di ognuno di noi, un moto dal profondo che riesca a farci di muovere quanto di negativo questo regime dittatorial-mediatico ha radicato dentro di noi in tutti questi anni, ricacciando indietro l'ignoranza con la cultura e il qualunquismo con la ragione. E magari, anche il grigiore con un bel sorriso.
Luca Scremin
domani mi piacerebbe che ne parlassimo insieme con tutti voi...io credo nella rivoluzione delle parole, che apparentemente è meno deflagrante, ma ci impegna tutti a testimoniare i valori in cui crediamo.
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